Cibo, salute e disuguaglianze sociali

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Tra le persone vi sono, a parità di età, genere, provenienza geografica ed etnia, differenze sistematiche nel benessere psicofisico difficilmente attribuibili a cause di natura biologica. Numerosi studi hanno mostrato come all’origine vi siano spesso disuguaglianze sociali: con la posizione sociale della persona cresce la probabilità di avere una salute migliore di quella osservata tra i gruppi relativamente più svantaggiati. Infatti, ad ogni posizione socioeconomica corrisponde in media una dotazione di risorse e capacità personali, che predice abbastanza bene la salutogenicità delle condizioni di vita in cui ogni individuo nasce, cresce, lavora, vive ed invecchia, le esposizioni a fattori di rischio e l’adozione di stili di vita più o meno nocivi e, in ultima istanza, la capacità di controllo e di indirizzamento della propria vita verso traiettorie biografiche più o meno sane. A Torino, ad esempio, un uomo può vivere fino a 5,5 anni in meno, se di bassa origine sociale, rispetto a chi per studi e professione è in alto nella scala sociale[1].

I contesti fisici e sociali in cui le persone vivono possono aiutare o meno a tenere sotto controllo la propria salute, accentuando o attenuando l’effetto degli svantaggi sociali e i rischi collegati. In particolare, sono importanti le caratteristiche degli ambienti sociali nei quali si vivono le esperienze più significative: la scuola, il caseggiato e il quartiere di residenza, il luogo e le relazioni sul lavoro, le attività di carattere culturale, associativo e relazionale che caratterizzano la vita quotidiana. Dove le persone, a parità di risorse e capacità personali, hanno maggiori spazi di decisione e migliori relazioni con gli altri, riescono anche a tenere meglio sotto controllo la propria salute[2]. L’alimentazione è sensibile a questi meccanismi: individui con minori risorse tendono ad assumere modelli alimentari più poveri e nocivi per l’organismo, per ragioni di natura economica, di prossimità/accessibilità geografica e di minore alfabetizzazione sanitaria. In Italia e nel sud-europa questo problema sembrerebbe meno importante, grazie alla diffusione e alla trasversalità sociale della dieta mediterranea, che garantisce un più corretto apporto alimentare, soprattutto di frutta e verdura, e un consumo alcolico di maggior qualità[3]. Tuttavia, differenze sociali nell’esposizione a un consumo eccessivo di grassi e di carni, soprattutto rosse, e povero di pesce sono state osservate anche in Italia, nel nord in particolare. Le scelte nutrizionali poco sane sembrerebbero in crescita tra i giovani – specie tra i gruppi socialmente svantaggiati – anche a causa di una loro maggiore vulnerabilità alla diffusione di modelli alimentari non mediterranei[4]. Occorre dunque promuovere la buona tradizione alimentare, curando in primo luogo la relazione tra sistemi del cibo e ambienti sociali di vita delle persone (ad esempio la scuola frequentata, il luogo di lavoro, il quartiere di residenza, ecc.), e i significati attribuiti collettivamente all’alimentazione. Infatti, le decisioni sui comportamenti individuali, come bere alcolici, mangiare cibi in eccesso, ecc. si evolvono insieme ai modi di pensare e agire di chi ci sta intorno.

[1] Costa G., Stroscia M., Zengarini N., Demaria M. (2017), 40 anni di salute a Torino. Spunti per leggere i bisogni e i risultati delle politiche, Inferenze, Milano.

[2] Di Monaco R., Pilutti S., (2014), Le azioni di correzione nel senso dell’equità delle politiche non sanitarie, pp 137-165, in Costa G. et al. (a cura di), L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità, edito da Fondazione Smith Kline presso Franco Angeli Editore, Milano.

[3] Costa G. et al. (a cura di), (2014), L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità, Fondazione Smith Klin, Milano,  Franco Angeli Editore.

[4] Marra M., Migliardi A., Costa G. (2015),  Disuguali a tavola ma non troppo: le differenze sociali nell’alimentazione in Italia, prima e durante la crisi, E&P, 39, 4.

Disuguaglianze di salute e distribuzione geografica

 

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