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Primo Rapporto. Maggio 2017

RAPPORT0 2017 by

Il gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è lieto di presentarvi il Primo Rapporto 2017, che potete scaricare qui

SI tratta di una prima fotografia, certamente non esaustiva ma trasversale e integrata, dei principali elementi del sistema del cibo metropolitano. Questo rapporto comincia a rispondere alla domanda “dove siamo?” che, passando dal mistico all’alimentare, significa cercare di capire di cosa parliamo quando affrontiamo il tema del rapporto fra il cibo e un territorio – fra il cibo e Torino, come Comune, come area metropolitana, come città-regione – che  si relaziona, in termini alimentari, con i livelli sovralocali, da quello nazionale fino alla scala globale.

Nel pensare e realizzare questo progetto siamo guidati dall’idea che l’Atlante potesse spingersi oltre la semplice restituzione dello stato di fatto del sistema alimentare (che rappresenta comunque un primo e imprescindibile passo): il nostro obiettivo è infatti che esso ci aiuti a rispondere a due domande altrettanto complesse: “dove vogliamo andare?” e soprattutto “come ci andiamo?”.
Tradotti in termini operativi questo significa usare l’Atlante come strumento da cui partire per definire obiettivi auspicabili per il futuro alimentare di Torino Mtropolitana: obiettivi che devono essere ambiziosi, certamente, ma anche concreti e soprattutto coerenti con le esigenze e le reali risorse, materiali e immateriali, di questo territorio.
Una volta individuati la partenza e l’arrivo è la volta del tragitto, della traiettoria da seguire per rispondere ai bisogni, per realizzare i progetti, per centrare gli obiettivi. Il percorso di ricerca-azione che ha coinvolto molti dei membri del gruppo di ricerca, impegnati da anni nei processi di governance alimentare a diverse scale avviati dal Comune e dalla Città Metropolitana, ci ha aiutato a capire che un progetto come questo ha senso se capace di uscire dagli ambienti puramente accademici e della ricerca (per quanto sia pensato anche per questo fine) e funzionare come strumento di sostegno alle politiche e alle progettualità espressamente tese a realizzare un sistema del cibo più sostenibile, in termini ambientali, ma anche sociali ed economici.

L’Atlante, come potrete leggere nelle varie presentazioni di questo sito e del Rapporto, ha l’obiettivo di produrre conoscenza, e aggregare quella esistente (che esiste, ma è frammentata, parziale, polverizzata e sovente non facilmente accessibile) sul sistema del cibo di Torino metropolitana, cercando di tenere insieme tutta la sua complessità spaziale e tematica.  L’Atlante analizza, mappa e comunica il sistema del cibo con l’ambizione di diventare una sorta di osservatorio abilitante, uno strumento inclusivo di indagine, e allo stesso tempo di progetto, a sostegno delle future politiche del cibo, sulla scorta di quello che già avviene in moltissime città del mondo (qui la sezione del sito in cui stiamo raccogliendo le Urban Food Strategies internazionali) e coerentemente con le indicazioni del Milan Urban Food Policy Pact, già sottoscritto dalla Città di Torino.

Si tratta, evidentemente, di una sfida complessa, perchè significa non solo mettere insieme i dati (che già di per sè è un’impresa tutt’altro che semplice!) ma mettere in relazione i fenomeni con i soggetti, gli interessi, i bisogni, i territori che compongono questa sistema, le politiche con le pratiche, le Istituzioni con la società civile.

Ritroverete l’elenco di cosa è l’Atlante nell’introduzione del rapporto, ma lo riportiamo anche qui, perché iniziando la lettura del Rapporto (oltre a ricordarvi che si tratta di una bozza e che la pubblicazione ufficiale sarà pronta, presumibilmente, per l’estate) abbiate bene chiara la sua filosofia, i suoi obiettivi, ma anche il vostro ruolo nella sua realizzazione.

L’atlante è uno strumento:
open, consultabile, semplice ma allo stesso tempo ricco di contenuti, che raccoglie le componenti e le dimensioni del tema cibo/città metropolitana;
• aggiornato e aggiornabile dalle unità di ricerca e dalla community tramite un meccanismo di accertamento dei dati che monitora l’evolvere del sistema alimentare;
affidabile, attraverso la tracciabilità della fonte da cui provengono i dati e le loro elaborazioni;
condiviso, attraverso la partecipazione alla raccolta dati e al popolamento della piattaforma oltre che dell’università di enti locali, agenzie competenti, imprese e industria, organizzazioni non governative e altri gruppi della società civile;
di supporto alle decisioni di operatori pubblici e privati che agiscono sul territorio suggerendo attraverso valutazioni del sistema, l’individuazione di strategie di food policy, la costruzione di scenari auspicabili, per una gestione resiliente del sistema alimentare;
informativo ed educativo, per aumentare la conoscenza dei diversi attori coinvolti lungo tutta la filiera (cittadini compresi), rendendo il sistema alimentare e le sue dinamiche più visibili e condivisibili;
• relazionale, perché rende evidenti le connessioni stimola meccanismi di integrazione e cooperazione fra progetti, iniziative, attività legate al sistema del cibo, col fine di ottimizzare le risorse impiegate, aumentarne la massa critica e le ricadute positive sul territorio e la collettività;
partecipativo, attraverso la condivisione dei dati con la cittadinanza e la creazione di gruppi ad hoc per specifiche attività legate al reperimento e inserimento dati.

 

Buona lettura!

 

 

Toward the Turin Food Policy. Good Practices and Visions

PRATICHE by

All’interno del progetto Food Smart Cities for Development Giacomo Pettenati e Alessia Toldo, insieme a Maria Bottiglieri, dirigente del Settore Cooperazione Internazionale e Pace del Comune di Torino, hanno condotto un primo esercizio di mappatura di esperienze virtuose, fra politiche, progetti e pratiche, di tipo istituzionale ma anche di natura marcatamente bottom up, localizzate principalmente all’interno della città di Torino. La mappatura è stata presentata all’interno di una pubblicazione, scaricabile gratuitamente come ebook dal sito di FrancoAngeli (qui il link) che raccoglie anche scritti di altri autori, che riflettono sulle visioni per una futura politica del cibo della città. Il volume è chiuso da uno scritto di Wayne Robert, storico attivista sui temi delle food policies e Direttore del Toronto Food Policy Council dal 2000 al 2012, che propone una serie di riflessioni sulle potenzialità di Torino Metropolitana rispetto ai temi della pianificazione alimentare.

La mappatura delle pratiche, seppur senza pretesa di esaustività (sarà presto disponibile una versione italiana della pubblicazione, con un aggiornamento di una ventina di pratiche) rappresenta un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni del sistema alimentare urbano; ma anche perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo potenzialmente a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

La schedatura restituisce un panorama ricco e variegato, segno di un grande interesse e coinvolgimento sui temi del cibo nelle sue varie dimensioni (ambientale, sociale, culturale, economica, ecc.). Una prima analisi tematica, a cui ne stanno seguendo altre legate alla natura dei soggetti, dei territori coinvolti, dei rapporti con le istituzioni, etc…) mostra un primo gruppo che tratteggia l’evoluzione della governance alimentare urbana attraverso la schedatura dei già citati processi e delle progettualità europee di più ampio respiro (fra cui i progetti Torino Smile, Torino Capitale el Cibo, Nutrire Torino Metropolitana).

Nel secondo, invece, vengono presentate quelle esperienze che, pur perseguendo finalità commerciali, si collocano all’interno di una logica più sistemica di promozione e sostenibilità del ciclo alimentare, non solo in termini economici, ma  anche ambientali e sociali. In quest’ottica sono state censite pratiche come quelle degli alternative food networks (i Farmer’s Market, i Gruppi di Acquisto Solidali), ma anche proposte istituzionali e non per la (ri)costruzione e valorizzazione del rapporto fra prodotti locali e territorio e fra produttori locali e consumatori.

Il terzo gruppo raccoglie le progettualità accomunate da obiettivi espliciti di sostenibilità ambientale, in particolare per quanto concerne l’utilizzo agricolo degli spazi verdi, urbani e periurbani, fortemente promosso ed esplicitamente sostenuto dalla pubblica amministrazio­ne attraverso progetti puntuali (gli orti urbani, circoscrizionali, gli orti sociali, ecc.) ma anche iniziative più sistematiche, come il progetto Torino Città da Coltivare.

Il quarto è dedicato alle progettualità di cooperazione internazionale allo svi­luppo sui temi della sicurezza alimentare e del diritto al cibo. La seconda concerne invece la dimensione culturale del cibo, compresi gli eventi che contribuiscono a consolidare l’immagine (esterna e interna) di Torino città del cibo (basti pensare a Terra Madre-Salone del Gusto).

Il quinto ripropone solo alcune delle attività ordi­narie e delle iniziative più puntuali che vedono coinvolti sul tema più ampio del cibo e dell’alimentazione i due atenei (Politecnico e Università) e i tanti centri di ricerca. Questa mappatura di esperienze virtuose è stata un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni, seppur non esaustive, del sistema alimentare urbano; ma an­che perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo così a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

Inoltre, il censimento delle pratiche mo­stra la loro generale antecedenza rispetto ai processi di food policy e rivela un tessuto sociale e culturale pronto e maturo per essere coinvolto in una strategia più complessa e strutturata.

In questo senso, se l’obiettivo più importante, allo stato attuale, è far convergere e dialogare pratiche e processi, nonostante scale e micro-finalità differenti, la domanda più cruciale riguarda il territorio pertinente a questa azione di governance: qual è la scala giusta su cui agire? La città, la Città metropolitana? L’area dei comuni metropolitani più prossimi a Torino? E come intrecciare queste diverse scale?
Infine, in questo elenco di questioni aperte non può mancare la necessità di interrogarsi sulle forme di legittimazione dei processi e sui canali di dialogo e azione fra le istituzioni e i decision maker, il possibile soggetto di riferimento delle urban food policy (Food Council o Food Commission) e gli attori del sistema, in un’ottica di costruzione di nuove forme di dialogo tra rappresentanza istituzionale e competenze.

 

Per approfondimenti
Bottiglieri M., Pettenati G., Toldo A., 2016, Toward Turin Food Policy. Good Practices and Visions. Milano: FrancoAngeli.
Bottiglieri M., Pettenati G. , Toldo A., 2016,  Verso la Food Policy di Torino: processi e buone pratiche, Territorio, 79, pp. 27-29, ISSN 1825-8689

Imprenditoria giovanile e agricoltura

RAPPORT0 2017 by

 

L’insediamento di giovani agricoltori è un presupposto fondamentale della politica di sviluppo delle aree rurali. Diversi studi relativi alla costruzione di scenari per i passati Piani di Sviluppo Rurale, che presentano diverse misure di finanziamento ai giovani agricoltori, attraverso i cosiddetti “pacchetti giovani” mostrano come l’età media avanzata dei conduttori di aziende agricole rappresenti uno dei principali fattori di debolezza e precarietà del sistema agricolo regionale. Per dare uno stimolo all’innovazione e alla riqualificazione del settore occorre invece che sempre più giovani scelgano di diventare imprenditori agricoli e contribuiscano al rilancio della competitività del settore. Si presume infatti che i giovani imprenditori agricoli, utilizzando anche strumenti informatici e telematici, siano più portati a mettersi in gioco con la diversificazione, l’innovazione tecnologica e la formazione, in modo da puntare su coltivazioni ed allevamenti che, pur salvaguardando la peculiarità delle produzioni locali, consentano un maggior reddito d’impresa. Quando localizzata in aree collinari e montane, la presenza di giovani agricoltori, che subentrano come conduttori, ma più spesso rappresentano neo-insediati, può contribuire ad aiutare le comunità locali a restare attive, contrastando i fenomeni di spopolamento e preservando i territori dall’abbandono.
Al 2016, il territorio metropolitano ospita 980 imprese agricole a conduzione giovanile. I settori con la maggiore incidenza sono quello relativo all’allevamento e coltivazioni ad esso associate (38%, di cui il 15% relativo all’allevamento e il 23,4% relativo alle coltivazioni) e quello delle coltivazione di colture agricole non permanenti (36,7%) fra cui i cereali (20%) e gli ortaggi (16%). Un’indagine condotta sugli esiti del precedente periodo di programmazione del PSR (2007-2013) caratterizzato dalla misura 112 rivela: (i) come nelle aree montane della Città Metropolitana prevalgano i nuovi insediamenti rispetto ai subentri, che si concentrano nelle zone di pianura (probabilmente in ragione dei costi più contenuti del capitale fondiario, che rendono più accessibile il nuovo investimento in queste zone); (ii) la prevalenza, fra i giovani agricoltori, di uomini, ma una propensione maggiore delle donne al neo-insediamento; (iii) il rapporto solo parziale fra l’imprenditoria agricola giovanile e i finanziamenti erogati dai bandi PSR: “nel periodo interessato dalla misura 112, in Piemonte sono nate 2.503 imprese condotte da giovani imprenditori che, pur avendo un’età inferiore ai 40 anni, non hanno presentato domanda per accedere alla misura. Le motivazioni che possono aver spinto questi soggetti a non presentare la domanda di aiuto sono numerose e articolate: il mancato raggiungimento della dimensione minima aziendale richiesta, l’iter burocratico troppo complesso, l’anticipazione del denaro necessario per gli investimenti, il ridotto importo del sostegno, il vincolo di rimanere a capo dell’azienda per almeno cinque anni e, infine la non conoscenza della misura sono alcune delle cause più probabili”. Nel periodo di programmazione in corso il pacchetto giovani si riferisce alle misure 4.1.2 “Miglioramento del rendimento globale e della sostenibilità delle aziende agricole dei giovani agricoltori” e 6.1.1 “premio per l’insediamento di giovani agricoltori “.

Didascalia: Percentuale delle imprese giovanili sulle imprese totali (Fonte: dati Camera di Commercio 2016)

 

Il contributo dell’agricoltura urbana alla disponibilità di verde urbano a Torino

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Tra le funzioni che vengono attribuite all’agricoltura urbana, una tra le più riconosciute è quella di contribuire alla qualità paesaggistica della città, aumentando la percentuale di verde, sul “grigiume” urbano. Non si tratta semplicemente di una questione estetica e ricreativa: gli agroecosistemi rappresentano vere e proprie infrastrutture verdi finalizzate al rafforzamento della resilienza dell’ambiente urbano che concorrono al miglioramento della percezione dell’ambiente urbano e della qualità di vita dei cittadini.
Quanto la produzione alimentare, contribuisce al verde urbano? Cosa succede nel comune di Torino?
Dagli anni 70’ ad oggi la superficie destinata a verde urbano è più che quintuplicata, passando dal 3 al  16,5% del totale della superficie di verde  a gestione pubblica sul totale della superficie comunale. Questo dato pone la città di Torino ai primi posti in Italia per disponibilità pro-capite di verde urbano (ISTAT,, 2016).[1]
Attraverso una rielaborazione di dati forniti dalla Città di Torino e aggiornati al 31 dicembre 2015[2], per ogni abitante si hanno a disposizione l’equivalente di un piccolo monolocale di 24,16 mq di verde urbano, proveniente dai parchi e dai grandi giardini, dal verde attrezzato, dalle aree di arredo urbano, dagli orti urbani e dalle aree agricole, dai giardini scolastici, dal verde dei cimiteri urbani, dal verde degli impianti sportivi, dal verde storico, dal verde incolto, da orti botanici e dai vivai.
Orti urbani e aree agricole rappresentano congiuntamente un po’ di più del 9% del verde urbano totale ed equivalgono a 2,2 mq di verde urbano per abitante. Se agli orti municipali aggiungiamo l’attuale dimensione degli orti privati e spontanei, il contributo dell’agricoltura urbana alla disponibilità di verde urbano a Torino salirebbe al 18%, con quasi 5 mq ad abitante.
Gli orti urbani, a Torino, ma il trend è comune ad altre città italiane, rappresentano la tipologia di verde urbano che ha avuto la maggiore crescita negli ultimi anni. Nell’arco degli ultimi cinque anni, la superficie di orti, ottenuta mediante le realizzazioni delle Circoscrizioni della Città, è più che raddoppiata, passando da 52115 mq a 104966 mq[3].

[1] ISTAT, 2016. Verde Urbano, https://www.istat.it/it/files/2016/05/VERDEURBANO.pdf?title=Verde+urbano+-+24%2Fmag%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf consultato in data 06703/2017

[2] http://www.comune.torino.it/verdepubblico/patrimonioverde/verdeto/numeri.shtml consultato in data 01/03/2017

[3] http://www.comune.torino.it/verdepubblico/2015/altrenews15/coltivare-in-citta-raddoppiano-gli-orti-urbani.shtml

La vendita diretta dei prodotti agricoli

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La vendita diretta da parte dei produttori ha costituito per secoli il principale e più naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli. Attualmente tale pratica costituisce una componente chiave delle geografie alternative del cibo e viene associata alla ricostituzione di rapporti diretti tra produttori e consumatori, alla rilocalizzazione dei sistemi del cibo e a generalmente a modelli di consumo alternativi a quelli convenzionali del sistema fondato sui flussi di scala globale dell’agroindustria e della grande distribuzione.
Senza approfondire in questa sede la questione della sostenibilità economia, sociale e soprattutto ambientale della vendita diretta, collegata a numerose variabili legate per esempio alle tecniche di produzione, alle condizioni del lavoro nelle aziende e agli spostamenti di produttori e consumatori per la consegna dei prodotti, è utile sottolineare come esistano due tipologie principali di questa modalità di vendita La prima è la vendita diretta in azienda, attraverso punti vendita sul terreno o all’interno dei fabbricati rurali, mentre la seconda è la vendita diretta fuori azienda, attraverso canali come i farmers’ market, i gas o i punti vendita aperti da alcune aziende agricole nelle città. A queste ultime si è recentemente aggiunta la sempre più diffusa vendita diretta online.
Un’analisi di scala regionale sul Piemonte[1] ha dimostrato come la scelta da parte dei produttori di effettuare vendita diretta dei propri prodotti sia legata a diversi i fattori, tra cui:

  • le caratteristiche della produzione (la vendita diretta è più probabile per le aziende che praticano orticoltura, viticoltura o produzioni miste, meno probabile per le aziende che producono seminativi o bovini da carne)
  • le caratteristiche personali del conduttore o della conduttrice dell’azienda (la giovane età e il grado e tipo di istruzione sono determinanti per la scelta)
  • le dimensioni delle aziende (la vendita diretta è più probabile per le piccole aziende)
  • l’influenza positiva della multifunzionalità e dell’utilizzo di metodi biologici.
  • la posizione geografica dell’azienda, con una propensione positiva nei confronti della vendita diretta da parte delle aziende situate in aree collinari e montane, probabilmente per le influenza del turismo e le caratteristiche delle produzioni.

L’analisi della distribuzione territoriale della vendita diretta in azienda e fuori azienda nella Città Metropolitana di Torino (dati Censimento dell’agricoltura, 2010) conferma le indicazioni relative alla maggiore presenza di questa pratica in collina e nelle vallate alpine. La carta mostra infatti una concentrazione nelle Valli Susa e Chisone, nell’Alto Canavese e nei comuni della Collina Torinese, in particolare lungo l’asse del Po, a valle di Torino. Quest’ultimo dato, significativo soprattutto per quanto riguarda la vendita diretta fuori azienda evidenzia la massiccia partecipazione delle aziende di questo territorio ai mercati dei contadini e ai gas che si svolgono a Torino, mostrando le forti connessioni esistenti e potenziali in relazione alla rilocalizzazione del sistema del cibo. La vendita diretta fuori azienda si addensa invece maggiormente nelle aree montane, sfruttando le potenzialità di mercato offerte dai flussi di turisti.

[1] Corsi A., Novelli S., Pettenati G. (2014), Vendita diretta in azienda e fuori azienda: un’analisi in Piemonte, Agriregionieuropa, 10(38), https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/38/vendita-diretta-azienda-e-fuori-azienda-unanalisi-piemonte

 

Distribuzione della vendita diretta da parte delle aziende agricole nei comuni della Città Metropolitana

Il sistema alimentare d’emergenza a Torino

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In Europa, le dimensioni del fenomeno della povertà alimentare vengono fornite da Eurostat sulla base di uno specifico indicatore riferito alla capacità della persona, o della famiglia, di sostenere almeno una volta ogni due giorni un pasto proteico (sia esso a base di carne, pesce o di proteine vegetali). I dati aggiornati a tutti i paesi UE28 indicano, nel 2013, un valore pari al 10,5% di cittadini europei che non riesce ad accedere a un pasto adeguato. L’Italia si colloca in ottava posizione (14,2%) con valori di povertà alimentare maggiori della media generale e della situazione registrata in tutti gli altri paesi fondatori dell’Unione. Mentre per quanto concerne la capacità di spesa in ambito alimentare, dal 2007 al 2014 si registra un calo del 3,7%[1]. I dati sull’assistenza forniti dall’Agea rivelano che la consistenza degli indigenti “assistiti” è incrementata del 47% fra il 2010 e il 2013, e ha riguardato soprattutto i bambini fino ai 5 anni e gli anziani sopra i 65[2]. A fronte di questi dati, che tratteggiano lo scenario a livello macro, nazionale, si moltiplicano i servizi di aiuto alimentare promossi alla scala locale. Si tratta di pratiche molto diverse fra loro, in risposta alla natura plurale della povertà, anche nella sua accezione alimentare. Una ricognizione (certamente non esaustiva) su quello che possiamo definire il sistema del cibo d’emergenza a Torino mostra come nella città coesistano iniziative differenti, più o meno istituzionali, strutturate o, al contrario, spontanee e dal basso. In termini numerici il ruolo principale è svolto dall’associazione Banco Alimentare del Piemonte Onlus, che nel 2016 ha distribuito cibo (proveniente sia da azioni di recupero, sia da donazioni) attraverso una rete di 180 strutture caritative sul territorio, fra cui molte parrocchie, che distribuiscono pacchi alimentari e 18 mense benefiche presenti sul territorio urbano, di cui un terzo concentrata nel quartiere di San Salvario. In aggiunta a soggetti come il Comune, il Banco Alimentare, la Caritas, la Croce Rossa e altre associazioni soprattutto religiose, negli ultimi anni – anche in ragione di una crescente legittimazione politica[3] – si sono moltiplicati i progetti che, partendo dalla raccolta delle eccedenze, forniscono assistenza alimentare ai cittadini in difficoltà. Una prima rassegna, certamente non esaustiva, ha messo in evidenza diverse pratiche che spaziano dal recupero dell’invenduto nei mercati rionali (come il progetto Fa Bene, attivo a Torino e in diversi comuni metropolitani, il progetto Pane in Comune, attivo sui mercati di Corso Svizzera e Corso Brunelleschi) alla raccolta del cibo non consumato nei congressi e negli eventi (Equoevento Torino) al food sharing, (attivo con il progetto CON MOI nelle ex palazzine del MOI di via Giordano Bruno) ai supermercati ed empori solidali (come quelli dell’associazione Terza Settimana) ai ristoranti sociali (come la Locanda del Parco Colonnetti, gestita dall’associazione Patchanka) fino a realtà più informali (e più difficilmente mappabili) come la rete Food Not Bombs. Queste iniziative, sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dall’obiettivo più ampio di recuperare le eccedenze edibili a fini sociali e ambientali. Molte di queste pratiche si allontanano dagli schemi più tradizionali dell’assistenzialismo per abbracciare approcci innovativi di coinvolgimento e capacitazione dei beneficiari finali.

 

[1]Caritas (2015), Povertà plurali. Rapporto 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale, Roma Caritas Italia.

[2]Cavicchi A. (2015), Nuove povertà, spreco e sicurezza alimentare in Italia, Agriregioni, 11(40), https://agriregionieuropa.univpm.it/it

[3]Legittimazione che inizia, a livello nazionale, con la Legge 155 del 2003 (meglio nota come Legge del Buon Samaritano) e culmina con il provvedimento 166 del 19 agosto 2016 “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. A scala locale, invece, è importante ricordare come queste attività possano trovare un riscontro nel provvedimento che, da marzo 2016, riconosce il Diritto al cibo adeguato nello Statuto della Città di Torino.

Localizzazione di alcune iniziative di aiuto alimentare a Torino

 

Superficie Agricola Utilizzata e sistema agricolo

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La superficie agricola utilizzata (SAU) è la misura della superficie agricola utilizzata per realizzare le coltivazioni di tipo agricolo, escluse quindi le superfici occupate da arboricoltura da legno (pioppeti, noceti, specie forestali, ecc.) e le superfici a bosco naturale (latifoglie, conifere, macchia mediterranea).
Si tratta di uno degli indicatori più importanti dell’evoluzione negli usi del suolo di un territorio, in particolare in riferimento al rapporto tra superfici coltivate e urbanizzazione/consumo di suolo – nei territori prossimi alle aree urbane – oppure tra superfici coltivate e avanzata delle foreste di ritorno in seguito allo spopolamento delle aree rurali, specialmente nei territori montani e collinari.
L’approfondimento dell’evoluzione della SAU nel territorio della Città metropolitana di Torino tra il 1982 e il 2010 (dati Censimento dell’Agricoltura) mostra in maniera evidente le traiettorie seguite dai diversi ambiti territoriali.
Le aree montane e collinari sono caratterizzate da una riduzione delle superfici coltivate che, soprattutto nelle alte valli, supera il 75%, con alcune eccezioni puntuali in comuni di media e bassa montagna, in particolare in Valle di Susa e in Val Chisone, derivanti probabilmente a fenomeni di valorizzazione dell’agricoltura di montagna, che meriteranno un approfondimento nel prosieguo dei lavori dell’Atlante.
Le aree urbane e periurbane sono caratterizzate da riduzioni altrettanto significative (Torino ha perso 2/3 della propria SAU nel trentennio analizzato), dovute principalmente all’avanzata dell’urbanizzazione e al ritmo eccessivo di consumo di suolo che per decenni ha caratterizzato il territorio. Anche in quest’ambito, ci sono significative eccezioni, derivanti dall’aumento della superficie coltivata in particolare tra il 2000 e il 2010, in comuni di prima e seconda cintura metropolitana, come Collegno e Pianezza.
Gli ambiti territoriali nei quali è invece costante l’incremento della SAU nel periodo analizzato, sono quelli maggiormente vocati all’agricoltura industrializzata di pianura (frutta e cereali in particolare), che – come risulta evidente dalle altre schede contenute nel rapporto – costituiscono il motore agricolo dell’area metropolitana torinese, in termini di superfici coltivate e quantità prodotte.
Anche per quanto riguarda l’utilizzo agricolo della SAU esistente attualmente, il territorio dell’ex Provincia risulta nettamente diviso in due aree distinte. La prima è quella delle valli alpine, dove l’uso agricolo prevalente è quello destinato a prati permanenti e pascoli, la seconda è invece quella dei territori pianeggianti e collinari, dove i seminativi rappresentano la tipologia di coltivazione più diffusa.
In termini quantitativi (dati Anagrafe agricola del Piemonte, 2016), i seminativi occupano circa 120.000 ha, rappresentati soprattutto da cereali (77.000 ha), foraggio (29.000 ha) e piante industriali, in particolare soia (7000 ha); le colture permanenti occupano invece circa 4500 ha, destinati in particolare a frutteti (3000 ha) e vigneti (1000 ha); prati permanenti e pascoli si estendono infine per quasi 85.000 ha.

 

La specializzazione di un quartiere: il caso di San Salvario

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Nella città contemporanea, i luoghi e le forme del consumo alimentare, in relazione con quelli dell’intrattenimento sono fattori determinanti dei processi di trasformazione di molti centri storici e quartieri, spesso in una prospettiva di gentrification e appropriazione dello spazio pubblico da parte di attività economiche, che generano spazi nei quali si può accedere solo in funzione del consumo. La progressiva specializzazione come aree destinate alla fruizione serale e notturna, attraverso il consumo di cibo e bevande è una delle caratteristiche ricorrenti dei processi che portano porzioni degradate dei centri urbani a riqualificarsi e, in alcuni casi, a vedere radicalmente trasformato il proprio assetto sociale ed economico, talvolta finendo per essere teatro di dinamiche fortemente esclusive nei confronti delle fasce più marginali della popolazione e di impoverimento della diversità culturale, sociale ed economica alla scala di quartiere.
A Torino sono diversi i quartieri che hanno vissuto processi di questo tipo, seppur ciascuno con caratteristiche proprie: per primo il Quadrilatero Romano, seguito da San Salvario e da Vanchiglia, a cui nei prossimi anni, seguendo i segnali che provengono da altre aree cittadine, potrebbero aggiungersi alcune porzioni di Barriera di Milano e di Aurora e magari Porta Palazzo e Borgo Dora[1].
Questa scheda si concentra sul quartiere di San Salvario, analizzando la distribuzione delle attività di somministrazione di cibo nel quadrilatero compreso tra Corso Massimo D’Azeglio, Corso Vittorio Emanuele, via Nizza e Corso Marconi, dove si localizza con maggiore evidenza la specializzazione alimentare del quartiere.
Per quanto il processo di riqualificazione, e in seguito di gentrification, di San Salvario, avviatosi all’inizio degli anni 2000, sia molto complesso ed esito dell’ intreccio di fattori politici, iniziative private e sociali e dinamiche economiche[2], la componente legata al consumo di cibo ha rappresentato fin dall’inizio un elemento centrale del percorso, fino a diventare, nella sua natura multiculturale, una componente caratterizzante del quartiere[3], oggi probabilmente divenuta una componente totalizzante. La mappatura ha rilevato la presenza in questa porzione di San Salvario (corrispondente all’incirca a un quadrato di 400 m. di lato) di circa 210 esercizi commerciali attivi nella somministrazione di alimenti, che sono stati suddivisi in sette categorie specifiche: bar e caffetterie; enoteche e wine bar; street food; gelaterie; locali serali e notturni; pasticcerie; ristoranti. La carta mostra una fortissima concentrazione di attività nel settore del quartiere a ovest di via Madama Cristina e in particolare nel quadrilatero compreso tra le vie Berthollet, Saluzzo, Baretti e S. Anselmo, dove si concentrano decine di locali notturni e ristoranti, che hanno quasi monopolizzato il tessuto commerciale dell’area, con significative conseguenze in termini di desertificazione commerciale diurna e congestione notturna. Per completezza, alle attività mappate sarebbe utile aggiungere anche i numerosi minimarket aperti fino alle prime ore della notte, che aumentano l’offerta di vendita di bevande alcoliche e cibo confezionato. Lungi dall’essere esaustiva nella sua capacità di rappresentare l’evoluzione di un quartiere e la sua progressiva specializzazione legata alla somministrazione di cibo, questa mappatura costituisce un primo passo di uno sguardo più ampio, che si estenderà ad altri quartieri della città e a un’ osservazione dell’evoluzione temporale della distribuzione delle attività commerciali, coerentemente con l’approccio dinamico proposto dall’Atlante.

 

Didascalia: Distribuzione degli esercizi di somministrazione alimentari a San Salvario (Fonte dati: rilevazione diretta sul campo, Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, 2017).

[1]Per una riflessione sulla gentrification a Torino, si veda Semi G. (2015), Gentrification,  Bologna, Il Mulino.

[2]Bolzoni M. (2013), A neighbourhood on the move. Commercial gentrification, social inclusion, and urban change in

Turin, Italy, Tesi di dottorato in sociologia, Università di Torino, XXV ciclo.

[3]Cirio F. e Marchioro C., (2013), Cibo, territorio e multiculturalità: uno sguardo geografico alla tradizione, innovazione, trasformazione di San Salvario”, in Di Somma A. e Donadelli G.(a cura di), Le nuove geografie, Roma, Valmar, pp. 103-110.

Sagre ed eventi gastronomici locali

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Le sagre, eredi delle antiche cerimonie con le quali in passato si usava accompagnare la consacrazione di edifici di culto mediante fiere, mercati e consumo collettivo di cibo, rappresentano oggi una delle modalità più ricorrenti con cui la società urbana si rapporta al mondo delle tradizioni folcloriche, fruendone quella che ritiene essere la sua componente culturale più autentica e rappresentativa (Di Renzo, 2005, p.306)[1].
Nella maggior parte dei casi, tali eventi ruotano intorno ad uno o più elementi gastronomici, ingredienti o piatti locali, che tradizionalmente, sono stati fatti propri dalla comunità, costituendo e contraddistinguendo il suo patrimonio alimentare. Nei piccoli e grandi centri, la loro sopravvivenza ancora oggi è data dal loro carattere ludico, popolare e folcloristico accanto a casi di specializzazione di promozione di determinati prodotti, tanto da assumere così più l’aspetto di fiere-esposizioni. È un fatto ormai evidente che nel nostro paese si moltiplicano e s’inventano iniziative, feste e cerimonie d’ ispirazione locale, contadina che coinvolgono nella loro progettazione e organizzazione diversi attori sociali, amministrazioni locali, Pro loco, Parrocchie, ristoratori, aziende agricole locali, associazioni culturali, di categoria, di quartiere e mobilitano un significativo ammontare di risorse e di visitatori. Secondo un sondaggio realizzato da Coldiretti/Ixè nel 2016, sarebbero infatti più di otto italiani su dieci (81%) coloro che hanno scelto di partecipare a sagre e feste di Paese locali in tutta la Penisola. Come osserva Pieroni (2008)[2] la partecipazione a questa tipologia di eventi gastronomici e momenti conviviali può essere collocata in quella che è la riscoperta e la volontà di ristabilire un rapporto più diretto con il cibo, la cultura e le tradizioni territoriali accanto all’emergere di forme di agricoltura alternative al modello industriale,  localmente radicate e organizzate.
Si tratta sì di una tendenza positiva che va accompagnata alla congruità  del “cibo festeggiato” con la realtà produttiva del territorio anche con un occhio alla stagionalità e alla qualità dell’offerta gastronomica.
Nella Città Metropolitana di Torino, sagre, fiere e mercati di paese sono dedicate a ricorrenze storiche o religiose, ma soprattutto a prodotti tipici dell’enogastronomia locale che sono molto spesso al centro dei festeggiamenti e si concentrano proprio quando si raccolgono i frutti della terra, dall’uva ai funghi, dalle ciliegie al peperone all’asparago, dal sedano rosso alla mela, concentrandosi quindi soprattutto nel periodo che va dalla primavera all’autunno. Secondo i dati presenti nel Calendario Regionale delle Manifestazioni Fieristiche e Sagre del Piemonte 2017, 320 sono le sagre e le fiere organizzate nella Città Metropolitana di Torino.
Di queste, più del 30% sono quelle dedicate ai temi dell’agricoltura e zootecnia o espressamente ad un prodotto gastronomico (coltivato o trasformato). Dai temi scelti come oggetto della sagra è possibile osservare la ricchezza e la diversità del patrimonio produttivo della Provincia di Torino.
I prodotti attorno cui gravitano il 25% delle sagre appartengono al settore ortofrutticolo, seguono gli eventi dedicati al settore zootecnico e agricolo (rispettivamente 12 e 8%), i cereali e i prodotti da essi derivati (pane, grissini, biscotti) con l’11% e i prodotti lattiero-caseari con un 8%.
E’ inoltre interessante notare come accanto alle sagre più tradizionali, stiano crescendo eventi organizzate intorno a temi quali l’alimentazione naturale, la biodiversità, i prodotti biologici.

Grafico: Distribuzione delle tipologie di prodotti oggetto delle sagre

[1] Di Renzo E. (2005), Effetto sagra. Recupero di gastronomie e sapori, in AA.VV., Storia del Lazio rurale. Il Novecento, Roma, Arsial, pp. 306-321.

[2] Pieroni O. (2008), Presente e futuro della cultura contadina, «Sociologia Urbana e Rurale», n. 87, pp. 206-214.

Arca del gusto e Presidi Slow Food: la salvaguardia di filiere locali a rischio di estinzione

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Arca del Gusto e Presìdi sono due progettualità realizzate dalla Fondazione per la Biodiversità Onlus, il braccio operativo dell’Associazione Internazionale Slow Food per lo sviluppo di azioni per la tutela della biodiversità e la valorizzazione delle piccole produzioni locali in tutto il mondo.
L’Arca del Gusto rappresenta un’ideale imbarcazione-rifugio che viaggia per il mondo in soccorso delle piccole produzioni di eccellenza gastronomiche minacciate dall’agricoltura industriale, il degrado ambientale e l’omologazione. Il progetto nato nel 1996, cerca, cataloga e segnala sapori che devono essere salvati da situazioni di rischio, ma che al contempo sono ancora vivi e hanno concrete potenzialità. La Commissione Scientifica dell’Arca valuta salumi, formaggi, cereali, ecotipi vegetali e razze locali attraverso precisi criteri di selezione: l’eccellenza gastronomica, il legame con il territorio, l’artigianalità e il rischio di estinzione. Oggi l’Arca del Gusto ospita più di 4389 prodotti in 162 paesi.
I Presìdi nascono nel 1999 per sostenere le produzioni locali a rischio di estinzione, proteggere regioni ed ecosistemi unici, recuperare tecniche di lavorazione tradizionali, salvaguardare razze animali e varietà vegetali autoctone. Il progetto rappresenta la naturale emanazione dell’Arca del Gusto, ma rispetto a quest’ultimo coinvolge direttamente i produttori nella valorizzazione dei prodotti, offrendo assistenza tecnica per migliorare la qualità, organizzando scambi fra diversi paesi, promuovendo non solo i prodotti, ma anche i loro territori, individuando nuovi canali di distribuzione (a livello locale e internazionale). Fino a oggi sono stati creati oltre 500 Presìdi in tutto il mondo, coinvolgendo più di 13.000 piccoli produttori.
Nel territorio della Città Metropolitana di Torino, 20 sono i prodotti entrati a bordo dell’Arca del Gusto, tra cui la Mela Calvilla Bianca e Rossa, la Mela Dominici, la Mela Magnana, la Mela Runsè, il Peperone Corno di Bue di Carmagnola, il Peperone Tumaticot, il Sedano Rosso di Orbassano, il Brut di Villareggia, il Cavolfiore di Moncalieri, la Motsetta, il Murianengo, la Pecora Savoiarda, la Piattella Canavesa di Cortereggio, il Pom Matan, il Ravanello Tabasso, il Rebruchon, il Salignun, la Toma del Lait Brusc, Toma di Balme, il Vitigno Baratuciat.
I prodotti coinvolti nel progetto dei Presìdi sono 9. Qui di seguito ne viene fornito un elenco con l’indicazione delle aree di produzione interne alla città Metropolitana di Torino:

  • Antiche Mele Piemontesi nei Comuni di Bibiana, Pinerolo, Cavour, Bricherasio, Osasco;
  • Vino Carema nell’omonimo comune;
  • Cevrin di Coazze nei comuni di Coazze e Giaveno in Val Sangone;
  • Coniglio Grigio di Carmagnola nel Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe;
  • Mustardela delle Valli Valdesi in Val Pellice, Val Chisone e Val Germanasca;
  • Peperone Corno di Bue di Carmagnola nell’omonimo comune e limitrofi;
  • Piattella Canavesa di Cortereggio nel Comune di San Giorgio Canavese;
  • Saras del Fen in Val Pellice, Chisone e Germanasca;
  • Sedano rosso di Orbassano nell’omonimo Comune.

 

Didascalia: Comuni del Torinese nei quali sono presenti le aree di produzione dei Presidi Slow Food

 

Porta Palazzo: il cuore e il ventre di Torino

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Porta Palazzo non è semplicemente un mercato alimentare presso cui fanno la spesa quotidianamente gli abitanti del quartiere[1] e dell’intera città per la varietà di prodotti, i colori, gli odori e i prezzi competitivi. Quello che negli anni 50 era il punto d’incontro di chi era appena arrivato in città e non sapeva dove andare, nel tempo è diventato meta di visita da parte dei sempre più numerosi turisti che soggiornano a Torino, oggetto di studio per coloro interessati al rapporto produttore/consumatore e ai contenuti antropologici che si esprimono tra i banchi del mercato[2], ed è persino entrato nei testi di alcune canzoni per il suo carattere così multiculturale e il suo brulichio incessante di “gente che tira e che spinge” [3]. Si vocifera da più parti che sia il mercato all’aperto più grande d’Europa come estensione e flusso di persone che accoglie, raggiungendo il sabato quasi 100.000 persone.
Dal momento della sua costituzione nel 1835 in Piazza della Repubblica[4], il mercato viene definito cuore pulsante e ventre di Torino, malgrado le difficoltà, il degrado e le diverse tipologie di problemi che lo hanno caratterizzato.
La piazza inizialmente era attrezzata di tettoie per la vendita dei commestibili e per la conservazione delle merci si utilizzano le ghiacciaie, grandi locali nel sottosuolo suddivise in quattro piani sotto il livello della strada.
Attualmente la parte alimentare del mercato coinvolge 366 banchi che si suddividono tra il mercato all’aperto con i banchi di frutta e verdura, altre tre strutture che ospitano rispettivamente il Mercato V alimentare (53), il Mercato Ittico (18) e il Mercato IV alimentare meglio conosciuto come Mercato dell’Orologio (88) che ospita sotto le sue due tettoie  il mercato dei casalinghi e quello dei contadini. Quest’ultimo è un mercato giornaliero che raccoglie, per tradizione familiare da oltre 50 anni, una novantina di produttori che in alcuni casi ruotano nel corso della settimana, a cui si stanno affiancando nuovi produttori agricoli anche di origine extracomunitaria, che hanno insediato la loro attività produttiva nella provincia di Torino. Il mercato dei contadini nacque per riunire le produzioni degli agricoltori delle valli torinesi che portavano in città i loro prodotti.

Suddivisione del mercato di Porta Palazzo per numerosità di banchi

Ai banchi ambulanti fanno da cornice un elevato numero di attività economiche di commercio fisso, che oltre ai generi alimentari (in totale 206 e fra questi spiccano gli esercizi specializzati nella vendita di alimenti cinesi, marocchini e rumeni) si dedicano alla fornitura di servizi quali la ristorazione, phone center, hotel.
Nel periodo 1998 al 2001, la zona del mercato è stata oggetto del progetto “The Gate”, un progetto di riqualificazione urbana, finanziato nell’ambito delle Azioni Innovative del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. A partire dai risultati del progetto, dal 2002 è stata costituita un’agenzia di sviluppo locale per la rigenerazione sociale, economica e ambientale delle aree di Porta Palazzo e Borgo Dora.

 

[1] Pur essendo percepito in modo unitario proprio per la presenza del mercato, l’area di Porta Palazzo dal punto di vista amministrativo non è un quartiere, ma si colloca all’interno del quartiere di Borgo Dora.

[2] Tra questi: Black R. E. (2012), The anthropology of an Italian market, Philadelphia, University of Pennsylvania Press; Black R. E. (2005), The Porta Palazzo farmers’ market: local food, regulations and changing traditions, Anthropology of food [Online], 4,  URL : http://aof.revues.org/157; Semi G. (2006), Il ritorno dell’economia di bazar. Attività commerciali marocchine a Porta Palazzo, Torino, Stranieri in Italia:Reti migranti, pp. 89-113; Castagnone E. (2008), Migranti e consumi: il versante dell’offerta. Strategie di imprenditoria straniera nel settore del commercio alimentare al dettaglio, Mondi Migranti, 3, pp. 133-150.

[3] Tra queste, Al mercato di Porta Palazzo di Gianmaria Testa.

[4] Al momento della sua costituzione nasce come sostituto ai mercati dapprima insediati in piazza Palazzo di Città e piazza Corpus Domini, che erano stati vietati a causa dell’infierire del colera.

 

 Le produzioni orticole

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Analogamente a quanto accade per la frutta, il settore ortivo è innegabilmente uno dei principali ambiti di azione delle politiche e delle pratiche finalizzate alla diffusione delle filiere corte e a una significativa rilocalizzazione dei flussi agroalimentari.
Gli ortaggi di stagione sono infatti i principali prodotti presenti sui banchi dei mercati e dei farmers’ market dei centri urbani dell’area metropolitana torinese e nelle cassette acquistate dai sempre più numerosi utenti dei GAS.
Nel territorio della Città metropolitana di Torino, le aziende agricole impegnate nella coltivazione di ortaggi sono oltre 2000 (dati 2016 Anagrafe Agricola Piemonte), per una superficie complessiva (comprendente anche i terreni coltivati a patate) di circa 2000 ha, rapporto che mette in evidenza la ridotta superficie media delle aziende di questo settore.
Tra le coltivazioni più presenti per estensione (condizionata naturalmente dal diverso “bisogno di spazio” di ciascun prodotto), vi sono zucche e zucchine (oltre 200 ha), patate (197 ha), insalate come lattuga, radicchio e cicoria (130 ha), peperoni (125 ha), asparagi (86 ha) e cavoli e verze (82 ha).
La varietà delle produzioni orticole, soprattutto da parte delle aziende di piccola scala costituisce un interessante cartina tornasole dei processi migratori e delle dinamiche di inserimento dei nuovi torinesi. Analizzando l’evoluzione storica dei prodotti presenti sui banchi dei contadini di Porta Palazzo è evidente infatti come i prodotti utilizzati dalle comunità immigrate che sono arrivate a Torino nel corso dei decenni siano state progressivamente introdotte tra le proprie coltivazioni da parte di molti agricoltori (si pensi alle cime di rapa e ai peperoncini piccanti negli anni ’60-’70). Oggi, inoltre sono sempre più presenti anche agricoltori di origine straniera (per esempio cinese), che coltivano nei dintorni di Torino ortaggi richiesti dalla propria comunità d’origine.
La carta mostra con chiarezza la forte concentrazione della coltivazione di orticole nei comuni collinari a sud e a est di Torino, con un addensamento specifico nei comuni di Carmagnola, Santena e Moncalieri. In questa stessa porzione dell’area metropolitana torinese si concentra anche la maggior parte dei territori di produzione degli ortaggi riconosciuti come prodotti tipici dal Paniere della Provincia di Torino e dai Presidi Slow Food. Nello specifico: l’asparago di Santena, il cavolfiore di Moncalieri, il cavolo verza di Montalto Dora, il topinambur di Carignano, la cipolla piattina bionda di Andezeno, il fagiolo bianco piattella canavesana di Cortereggio, il peperone di Carmagnola, il ravanello lungo di Torino, il sedano rosso di Orbassano e la patata di montagna della Provincia di Torino.
Il caso delle patate merita una citazione distinta. Si tratta, infatti, di una produzione diffusa prevalentemente nelle aree di montagna e rappresenta uno dei potenziali motori di uno sviluppo delle economie di montagna fondato sulla valorizzazione delle specificità locali.

 

Diffusione delle produzioni ortive nel territorio della Città metropolitana di Torino e distribuzione degli areali di produzione dei prodotti tipici (Paniere della Provincia di Torino e Presidi Slow Food). (Fonte: Anagrafe agricola del Piemonte, 2016)
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